mercoledì 26 settembre 2018

Requiem

vorrei dire che mi sono svegliato più saggio e più sereno di ieri, ma non si inizia un saluto con una bugia. Scrivere buonanotte alle 10 del mattino fa davvero brutto. 
Questo è l'ultimo post, con questo chiudo il blog. 
Non c'è un motivo specifico e non è successo nulla, non mi è apparso in sogno Munari e nemmeno Dürer, sto solo facendo spazio. Funziona solo come il maglione preferito che diventa liso e, bucato dopo bucato, scivola verso il fondo del cassetto. Non riesci a liberatene per tutta una serie di alibi che si mescolano alla lana di cui è fatto. E una mattina decidi di fare spazio. Perchè lo spazio si fa la mattina. Perchè non fa più male farne a meno. Perchè hai maturato abbastanza distacco da renderla una roba meccanica. Come buttare la spazzatura. Chi si affeziona alla spazzatura? Come da programma si è trattato di uno sporadico e frammentario viaggio, a volte bello, a volte no, spesso faticoso e solitario. Ho cercato, dove potevo, di serbare memoria delle piccole gioie. Anche nei brani che non ci sono e che vedo solo io. Tra le righe. Sembra triste ma non lo è. Credo sia ora di lasciarlo andare, come Wilson, tra le onde del pacifico. Come quando porti fuori il cane e fai finta di non vedere quando caga sull'erba invece che sulla ghiaia del selciato. E la lasci lì. Al massimo qualcuno pesta 1 merda. Non ha mai ammazzato nessuno. 
Gli addii mi vengono sempre male. 

lunedì 23 novembre 2015

I re magi

Non  so se sia solo una nuova deriva o uno dei tanti diversivi collezionati e mai portati a termine che riempiono i camion dei traslocatori. So solo che ad un certo punto ho preso in mano una macchina fotografica e iniziato a scattare. Cioè, nell'ordine, ho fatto una cagata, comprato una macchina fotografica e iniziato a scattare. Poco. Male. 
Come tutti, almeno una volta, nel passato, ho fatto foto. Foto di paesaggi, architettura e ruderi smozzicati e cartoline di panorami di vacanza dove non c'è mai una figura o al massimo una, di spalle, lontana. Soprattutto oblique. Elegante eufemismo di storte. Ormai sono mesi che passo le mie serate a leggere, studiare, controllare le fluttuazioni del mercato internazionale attraverso la politica degli sconti di Amazon per aggiungere pezzi al mio ridicolo ma molto ordinato corredo fotografico. Comunque riprendendo in mano quel buffo strumento ho dovuto fare una serie di considerazioni. Punto primo: infilare quello che vedo in un riquadro 10/15 è piuttosto complicato. Dicono sia esercizio, Vedremo. Punto secondo: tendenzialmente qualunque persona che si accorge di essere fotografata s'irrigidisce, cerca di scappare, nascondersi e a volte gonfiarti. Anche il vaso di fiori del soggiorno. Tutte tranne mia nipote che sembra godere di un piuttosto disinvolto rapporto con l'apparecchio. Punto terzo: o fotografi o vivi. La moderna tendenza del selfie a tutti i costi non è contemplata. Punto quarto: per fare delle buone foto bisogna prima imparare a lasciare la macchina nella borsa. 

Vi è mai capitato di avere in mano il telefono che non prende e girare vorticosamente su voi stessi alla ricerca di una tacca di segnale? Ovviamente quando siete rimasti a piedi in mezzo al Wyoming del cazzo. Eccomi, sono io, solo che al posto del telefono ho la macchina fotografica. Mi sento comunque come se fossi nel Wyoming del cazzo. La macchina funziona benissimo, l'otturatore risponde bene, l'esposizione è corretta e l'immagine è a fuoco (più o meno, ma il micromosso è un'altra storia) ma dentro non c'è nulla. Spesso fotografo persone, quando non scappano o si nascondono, ma in realtà non c'è nessuno. Solo vasi di fiori. Più o meno vuoti. Più o meno colorati. 
Ho ricevuto la mia prima lezione di fotografia mentre studiavo dei gabbiani su un battello diretto verso un remoto, quanto turistico, borgo di pescatori più o meno all'altezza dei Dardanelli. L'aria era calda, l'imbarcazione rumorosa e copriva a malapena il vociare fastidioso dei turisti che, come me, viaggiavano sull'acqua cupa del Bosforo meridionale. E intanto i gabbiani mi prendevano vistosamente per il culo. Mentre cerco il segnale nel mezzo del Wyoming, quello turco, una mano bionda mi si appoggia sul braccio e fa sciogliere la presa sulla macchina. Appoggia un dito sulle labbra in segno di silenzio e con lo stesso dito indica una tra le persone intorno a noi. I giganteschi pistoni smettono di alimentare il ciclo di combustione mentre l'albero rallenta i giri e le onde smettono di battere sulla chiglia. Il brusio diventa parole e le parole diventano una storia. E vedo quelle storie. Le inquadro e me le metto in tasca. Male ovviamente: teste tagliate, occhi chiusi, foto mosse, storte e gabbiani che continuano a prendermi per il culo passando sulle facce nel momento sbagliato. 


Da allora mi esercito cercando le storie prima di far scorrere la zip dello zaino. Alcune le perdo, altre le taglio, altre mi passano davanti come i gabbiani turchi. Questo è il primo risultato vero dopo mesi di tentativi. Non parlo di regole dei terzi, delle dominanti, delle linee di forza o di qualunque cosa vi possano insegnare ad un corso di composizione. La città è già vestita da natale e tre uomini si nascondono tra la folla cercando qualcosa per distrarsi. Lunga aspettare fino al 6. 

martedì 6 gennaio 2015

Alla fine arriva la neve

Dopo il dolore, i farmaci e le notti insonni a far veglia ad una figura che sbiadisce poco alla volta, arriva la neve. Un sottile strato bianco si deposita e porta la pace.  Sotto il lento incedere soccombomo i ricordi e le risate e il senso di comunione che solo in certi momenti e solo la famiglia riesce a fornire.
In un epoca di riscaldamento globale e stagioni che si intervallano tendendo ad un grigio metereologico permanente, la neve è un evento ancora più eccezionale che, temo, sia solo un climatico segnalibro nella memoria.

La neve è arrivata e l'ha portata  con sè. Mi piace pensare che l'ultimo ricordo che avrò di lei sia questo. E quando il bianco scompare torna tutto alla normalità, come se niente fosse cambiato. Un trucco mediocre eseguito da un mago che sente la polvere, e non la neve, depositarsi sul risvolto del frack. Le luci si liberano e tornano a riempire l'aria con la fastidiosa intermittenza colorata che, arrogante, scandisce il tempo di questo periodo dell'anno. 

Quel che rimane è una stanza libera e un uomo che non sa che farsene.

mercoledì 6 agosto 2014

Amore, istruzioni per il disuso. Brani di chat e analisi rapite in ordine cronologico

...non è stato l'amore della tua vita
è stata la relazione peggiore che tu abbia mai vissuto
ti dava così poco che hai dovuto supplire alle sue mancanze dando tutto quello che avevi
anzi di più
non hai risparmiato nulla per te stessa
sperando di ricevere lo stesso
ma non è successo

// pausa

hai proiettato tutta te stessa su una persona che non ha capito quello che aveva a mano
frequenze diverse
capita
quella che, di lui, sembrava distanza o distacco era probabilmente incapacità di capire
e quindi non ti ha dato nulla

// pausa
ti sei fatta bastare le briciole sperando che fosse amore
in realtà erano solo avanzi
dati senza alcun impegno
cose date senza fatica
perchè non gli costava nulla

// pausa
forse è la persona a cui più hai dato amore nella tua vita
ma non per questo è la tua più importante storia d'amore
è solo il gap tra ciò che hai dato e ciò che hai ricevuto

// pausa

Cancella numero. Pianto. Salita. Lunghissima salita.

lunedì 2 dicembre 2013

Kintsukuroi



A chi non è mai capitato, da bambino o solo la scorsa settimana, di svegliarsi nel cuore della notte con una fame impossibile da sedare. T'arroti una volta. Provi pure sull'altro lato. Provi a farti rapire dal piumino o speri che il cuscino ti soffochi fino al sorgere del sole. Niente da fare. Scendi. 
Il pavimento è gelido ma non basta. È buio ma non abbastanza da spegnere i crudeli morsi della fame. Anche le scale sono gelide. Per non parlare del pavimento del piano di sotto, gelido pure lui. Ti dirigi, ovviamente al buio, verso la cucina. Giunto sulla soglia accendi la luce. Accecato, forse per sempre, ti dirigi sprezzante verso la dispensa. Recuperata parzialmente la vista apri l'antina, di fòrmica scadente impiallacciata in azzurro, e cerchi la Nutella®. Lei, naturalmente, si trova sullo scaffale più lontano. Sempre. Quello alto che, a quest'ora, sembra il K2 degli scaffali. Ti sporgi incerto. Provi a far leva con la mano sinistra sul piano della cucina, anch'esso in formica scadente ma rivestito con una discutibile texture marmo di Carrara che vira verso il giallognolo, ma ancora non ci arrivi. Alla fame si aggiunge la brama. "E che cazzo, ce l'ho messo io, vuoi che non ci arrivi più? Mi sono ristretto mentre dormivo?" Riprovi. Come prima fai leva sul piano ma stavolta, forte del fallimento precedente, aggiungi sul finto marmo di Carrara un ginocchio che permetta una maggiore estensione degli arti superiori. Il piano scricchiola ma sembra reggere. Adesso riesci a toccare il vasetto. I polpastrelli arrivano a distinguere con chiarezza la differenza tra la superficie di vetro dalla carta dell'etichetta. Ti senti Indiana Jones che cerca di afferrare il Santo Graal mentre il pollice è ancora lontano dall'avere una presa che possa definirsi tale. Coccolare il vetro liscio, pure lui freddo, non aiuta a fermare l'indomabile appetito che inizia a farsi insopportabile. Lo stomaco urla così forte che temi di svegliare l'intero condominio. Tenti il tutto per tutto. Trattieni il respiro quel tanto che basta e, con un poderoso colpo di reni, ti lanci verso l'obiettivo. L'afferri mentre, insospettabilmente, la gravità fa il suo corso. La sonnolenza, il calcolo sbagliato della traiettoria o il fatto che tieni le dita a banana e il bersaglio scivola verso l'inesorabile.

Ammiro incredulo, la picchiata senza controllo di 630 grammi di Nutella® verso il pavimento quando, il solido in caduta libera, incontra e trascina con se la mia tazza preferita. Sul perché, Murphy docet, sotto lo scaffale proibito trovi sempre posto qualcosa di inestimabile sarà argomento di un altro post.
E sul pavimento solo frammenti rossi e macchie dolci, lucide e marroncine tempestate di vetro e carta e plastica strappata. La tazza si apre al pavimento. Lo stomaco si chiude a lutto. Mi siedo.

Gambe incrociate sul pavimento che ormai non sembra più freddo. La Nutella® a contatto con le piastrelle tende ad indurirsi ed ammiro quasi commosso leggere oscillazioni di schegge che cercano di toccare il suolo liberandosi dell'inerzia marrone che le trattiene.
Curvo la schiena e mentre appoggio il mento tra comodi palmi vaglio le soluzioni. Rabbia, frustrazione e rimpianto sono fedeli compagni che prendono posto attorno a me. Anche loro sul pavimento gelido.
Potrei usare dell' Attack® e camuffare con l'uso dei silicati la mia presa di scadente qualità. Otterrei la mimesi di una struttura solida e ben tornita attraversata tout court da una lunga linea lucida e dalla consapevolezza di aver cercato di nascondere una menzogna. Malamente. Potrei chiamare Doc Brown e chiedere in prestito la DeLorean, ammesso che non sia necessario tornare al 25 ottobre 1985. In ultimo sento insistente il materno e occidentale impulso a buttare tutto e ripulire alla svelta. A questo richiamo l'oriente risponderebbe con una parola: Kintsukuroi.

La prima volta che ne ho sentito parlare è stato nel "libro d'ombra" di Jun'ichirō Tanizaki. L'autore ne parla in riferimento al mondo domestico della casa, della bellezza delle stoviglie in generale, e delle tazze da tè in particolare, e di come l'usura, il caldo, e la stagione fredda, o l'uso continuo non faccia che accrescerne il fascino. Di come una caduta, le abrasioni, i graffi le zone stinte o quelle ruvide possano raccontare il vissuto intimo e autentico del nostro mondo più privato e nascosto. Il Kintsukuroi è un'arte antica che si traduce letteralmente in "riparare con l'oro". In pratica si usa l'oro o argento liquido o della lacca con polvere d'oro per saldare assieme i frammenti. In questo modo ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico e irripetibile. La pratica nasce dall'idea che dall'imperfezione possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore. La vita che scivola tra le estremità delle dita e della terraglia, mani e visi che invecchiano raccontati attraverso pieghe e cicatrici che s'imprimono sulla cute e sulla ceramica. E le fratture diventano storia essa stessa. Sono i segni delle scelte che facciamo e dei rischi che scegliamo di correre. 

Oppure possiamo scegliere di stare su uno scaffale. Rimanere levigati, lucidi e lisci come appena usciti dalla scatola. Come le tazze sugli scaffali dell'Ikea, perfette e tutte uguali.


Spero che il sig. Ikea non me ne voglia.

lunedì 25 novembre 2013

Luciditá residua

...ma tu parli sempre cosí piano?
Beh, il mio é un mondo piuttosto silenzioso, al lavoro parliamo piano per non disturbare la concentrazione degli altri, a casa di rumoroso ci sono solo io.

...ma sei sempre da solo, e stai bene?
Beh, si.

Eh ci credo, non devi mai discutere, litigare, fai quello che vuoi. L'importante ê che stia bene tu. Io invece sono stata con tuo nonno 63 anni. E sono stata proprio bene. Eh si. Si si si. Sono stata cosí bene che non mi sono accorta di essere invecchiata.

Solo rumore di dita secche che, cacofoniche, sbattono su sponde ortopediche di freddo ferro cromato industrialmente.