martedì 17 maggio 2011

abitudini e rituali

C'è chi ringrazia lanciandosi ad occhi semichiusi  - con un'indecisa traiettoria - baciando agli angoli della bocca e chi come i corvi ringrazia gli allori di cui si nutre piantandone i nuovi semi.
C'è chi quando ama regala oceanomare e c'è chi risponde "grazie ma non leggo libri che parlano di marinai"
C'è che chi dona la buonanotte guardando l'alba arrivare dietro la spalla dell'altro. Ancora confuso - lui - le dice "adesso vorrei il bacio della buonanotte" mente si allontana dalle sue labbra già fresche di mattino. Lei risponde - guardandolo dentro - l'ho appena fatto. E senza voltarsi troppo se ne va. In direzione opposta all'alba. 

C'è chi non dorme e racconta le storie degli altri. E preferirebbe dormire.

mercoledì 11 maggio 2011

Lombardia

La pianura è Terra di nebbia d'afa e d'infanzia, dove la noia è - da sempre - di casa. É di norma entrare in un ufficio e trovare il malumore che ti aspetta da dietro il vetro coperto di ditate. Sbuffare rumorosamente il proprio disappunto in faccia ai clienti è costume comune mentre la fretta e l'ansia sono legittimate a infastidire le commesse sedute sui propri scranni di nylon e plastica scadente. I passi sono rapidi e ravvicinati. La polvere è spostata - poco alla volta da tacchi frettolosamente suolati poco prima - in minuti archi circolari. Le maglie, sgradevolmente attillate a forme che avrei preferito fossero omesse, si alzano. Sollevandosi lasciano intravedere magliette della salute a coste con dei fiorellini, anch'essi giallognoli e a coste, la cui primavera è trascorsa da un po'. Le espressioni sono tirate e gli angoli della bocca puntano simmetricamente il pavimento. La gravità qui è più forte e anche gli sguardi puntano sempre verso il basso.

La stagione migliore è sempre la scorsa e il futuro è sempre abbastanza lontano da non arrivarci mai. Per un soffio. Giusto per aver qualcosa di cui lamentarsi.

Mistero Buffo

Vorrei dire che il teatro è facile da vivere o che si tratta di una dimensione antica rispetto alla tv, al cinema o anche solo a internet. Vorrei dire che si tratta di una forma di intrattenimento superata e superabile. L’improvvisazione o la reazione alla risposte della sala può essere agilmente ricostruita con sensori di movimento o termici o climatici o randomici che fanno interagire la scena con lo spettatore proiettandocelo dentro. Il punto di vista in continuo cambiamento può essere emulato nello stesso modo. Guardando una partita di pallone basta schiacciare il tasto 5bis ti trovi sulla punta della scarpetta del giocatore mentre nel momento supremo trafigge l’aria con un calcio di tale forza e potenza che colpendo lo sferoide quasi ne strappa le fitte cuciture di nylon mandando in pezzi la complessa geometria di tasselli pentagonali ed esagonali che racchiudono niente di più di aria compressa a un paio di atmosfere.

Lo spettacolo alterna, sapidamente, momenti di grossolana ilarità a facili interazioni con il pubblico a momenti di autentica e lucida satira spesso nascosta tra le pieghe del sorriso di un anfitrione navigato e sardonico. L'attore, seppur basso e consumato, conosce bene il proprio pubblico. Non perchè ci abbia mai diviso il pane ma perchè, come un buon marinaio, sa molto bene quali funi tirare e distendere per catturare tutto il vento che gli è necessario per proseguire la propria navigazione. A volte nasconde la propria abilità dietro un velo sottile, a volta lascia erompere, quasi gli sfuggisse di mano, l'entusiasmo e la panica irruenza di un fauno che saltella sul palcoscenico come sei il tempo la vita non pesassero dentro il suo ridicolo cappello.

Ad un certo punto l'inaspettato. Il piccolo marinaio si fa da parte e lascia che la tempesta ci travolga. Lei sale sul palco con aria tra il ridicolo e l'assorto. Dopo una breve introduzione in cui si spoglia - una ciocca alla volta - del ridicolo si piazza in mezzo al palco e con luci basse inizia a far male. La lingua è quella della sofferenza che non ha indirizzo razza colore o nazione. Sofferenza viscerale e intima. Il diaframma di chiude e l'aria non ne vuole più sapere di scendere e lo sterno sembra voglia lasciare andare le costole sotto di esso raccolte.  
 Le labbra, i denti e i tratti del viso si serrano in una smorfia che prova a contenere un dolore che non si capisce da dove arrivi. Il dolore è nelle parole negli occhi e nelle mani, il dolore di una madre che si attacca senza alcuno sconto al lavoro del mio dentista. Sento che involontariamente gli arti si ritirano verso il centro. Mi sento sotto assedio. A fatica i singhiozzi e le lacrime rimangono al loro posto. É una lama che non lascia scampo e rifugiarsi sotto la poltroncina e pensare alle Maldive e pensare al lavoro non mi porta via abbastanza in fretta.

Le luci si rialzano e i segni della lama sono sul viso di tutta la platea. Due. Uno per guancia. 
E il telecomando è senza batterie.