lunedì 2 dicembre 2013

Kintsukuroi



A chi non è mai capitato, da bambino o solo la scorsa settimana, di svegliarsi nel cuore della notte con una fame impossibile da sedare. T'arroti una volta. Provi pure sull'altro lato. Provi a farti rapire dal piumino o speri che il cuscino ti soffochi fino al sorgere del sole. Niente da fare. Scendi. 
Il pavimento è gelido ma non basta. È buio ma non abbastanza da spegnere i crudeli morsi della fame. Anche le scale sono gelide. Per non parlare del pavimento del piano di sotto, gelido pure lui. Ti dirigi, ovviamente al buio, verso la cucina. Giunto sulla soglia accendi la luce. Accecato, forse per sempre, ti dirigi sprezzante verso la dispensa. Recuperata parzialmente la vista apri l'antina, di fòrmica scadente impiallacciata in azzurro, e cerchi la Nutella®. Lei, naturalmente, si trova sullo scaffale più lontano. Sempre. Quello alto che, a quest'ora, sembra il K2 degli scaffali. Ti sporgi incerto. Provi a far leva con la mano sinistra sul piano della cucina, anch'esso in formica scadente ma rivestito con una discutibile texture marmo di Carrara che vira verso il giallognolo, ma ancora non ci arrivi. Alla fame si aggiunge la brama. "E che cazzo, ce l'ho messo io, vuoi che non ci arrivi più? Mi sono ristretto mentre dormivo?" Riprovi. Come prima fai leva sul piano ma stavolta, forte del fallimento precedente, aggiungi sul finto marmo di Carrara un ginocchio che permetta una maggiore estensione degli arti superiori. Il piano scricchiola ma sembra reggere. Adesso riesci a toccare il vasetto. I polpastrelli arrivano a distinguere con chiarezza la differenza tra la superficie di vetro dalla carta dell'etichetta. Ti senti Indiana Jones che cerca di afferrare il Santo Graal mentre il pollice è ancora lontano dall'avere una presa che possa definirsi tale. Coccolare il vetro liscio, pure lui freddo, non aiuta a fermare l'indomabile appetito che inizia a farsi insopportabile. Lo stomaco urla così forte che temi di svegliare l'intero condominio. Tenti il tutto per tutto. Trattieni il respiro quel tanto che basta e, con un poderoso colpo di reni, ti lanci verso l'obiettivo. L'afferri mentre, insospettabilmente, la gravità fa il suo corso. La sonnolenza, il calcolo sbagliato della traiettoria o il fatto che tieni le dita a banana e il bersaglio scivola verso l'inesorabile.

Ammiro incredulo, la picchiata senza controllo di 630 grammi di Nutella® verso il pavimento quando, il solido in caduta libera, incontra e trascina con se la mia tazza preferita. Sul perché, Murphy docet, sotto lo scaffale proibito trovi sempre posto qualcosa di inestimabile sarà argomento di un altro post.
E sul pavimento solo frammenti rossi e macchie dolci, lucide e marroncine tempestate di vetro e carta e plastica strappata. La tazza si apre al pavimento. Lo stomaco si chiude a lutto. Mi siedo.

Gambe incrociate sul pavimento che ormai non sembra più freddo. La Nutella® a contatto con le piastrelle tende ad indurirsi ed ammiro quasi commosso leggere oscillazioni di schegge che cercano di toccare il suolo liberandosi dell'inerzia marrone che le trattiene.
Curvo la schiena e mentre appoggio il mento tra comodi palmi vaglio le soluzioni. Rabbia, frustrazione e rimpianto sono fedeli compagni che prendono posto attorno a me. Anche loro sul pavimento gelido.
Potrei usare dell' Attack® e camuffare con l'uso dei silicati la mia presa di scadente qualità. Otterrei la mimesi di una struttura solida e ben tornita attraversata tout court da una lunga linea lucida e dalla consapevolezza di aver cercato di nascondere una menzogna. Malamente. Potrei chiamare Doc Brown e chiedere in prestito la DeLorean, ammesso che non sia necessario tornare al 25 ottobre 1985. In ultimo sento insistente il materno e occidentale impulso a buttare tutto e ripulire alla svelta. A questo richiamo l'oriente risponderebbe con una parola: Kintsukuroi.

La prima volta che ne ho sentito parlare è stato nel "libro d'ombra" di Jun'ichirō Tanizaki. L'autore ne parla in riferimento al mondo domestico della casa, della bellezza delle stoviglie in generale, e delle tazze da tè in particolare, e di come l'usura, il caldo, e la stagione fredda, o l'uso continuo non faccia che accrescerne il fascino. Di come una caduta, le abrasioni, i graffi le zone stinte o quelle ruvide possano raccontare il vissuto intimo e autentico del nostro mondo più privato e nascosto. Il Kintsukuroi è un'arte antica che si traduce letteralmente in "riparare con l'oro". In pratica si usa l'oro o argento liquido o della lacca con polvere d'oro per saldare assieme i frammenti. In questo modo ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico e irripetibile. La pratica nasce dall'idea che dall'imperfezione possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore. La vita che scivola tra le estremità delle dita e della terraglia, mani e visi che invecchiano raccontati attraverso pieghe e cicatrici che s'imprimono sulla cute e sulla ceramica. E le fratture diventano storia essa stessa. Sono i segni delle scelte che facciamo e dei rischi che scegliamo di correre. 

Oppure possiamo scegliere di stare su uno scaffale. Rimanere levigati, lucidi e lisci come appena usciti dalla scatola. Come le tazze sugli scaffali dell'Ikea, perfette e tutte uguali.


Spero che il sig. Ikea non me ne voglia.

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