lunedì 23 novembre 2015

I re magi

Non  so se sia solo una nuova deriva o uno dei tanti diversivi collezionati e mai portati a termine che riempiono i camion dei traslocatori. So solo che ad un certo punto ho preso in mano una macchina fotografica e iniziato a scattare. Cioè, nell'ordine, ho fatto una cagata, comprato una macchina fotografica e iniziato a scattare. Poco. Male. 
Come tutti, almeno una volta, nel passato, ho fatto foto. Foto di paesaggi, architettura e ruderi smozzicati e cartoline di panorami di vacanza dove non c'è mai una figura o al massimo una, di spalle, lontana. Soprattutto oblique. Elegante eufemismo di storte. Ormai sono mesi che passo le mie serate a leggere, studiare, controllare le fluttuazioni del mercato internazionale attraverso la politica degli sconti di Amazon per aggiungere pezzi al mio ridicolo ma molto ordinato corredo fotografico. Comunque riprendendo in mano quel buffo strumento ho dovuto fare una serie di considerazioni. Punto primo: infilare quello che vedo in un riquadro 10/15 è piuttosto complicato. Dicono sia esercizio, Vedremo. Punto secondo: tendenzialmente qualunque persona che si accorge di essere fotografata s'irrigidisce, cerca di scappare, nascondersi e a volte gonfiarti. Anche il vaso di fiori del soggiorno. Tutte tranne mia nipote che sembra godere di un piuttosto disinvolto rapporto con l'apparecchio. Punto terzo: o fotografi o vivi. La moderna tendenza del selfie a tutti i costi non è contemplata. Punto quarto: per fare delle buone foto bisogna prima imparare a lasciare la macchina nella borsa. 

Vi è mai capitato di avere in mano il telefono che non prende e girare vorticosamente su voi stessi alla ricerca di una tacca di segnale? Ovviamente quando siete rimasti a piedi in mezzo al Wyoming del cazzo. Eccomi, sono io, solo che al posto del telefono ho la macchina fotografica. Mi sento comunque come se fossi nel Wyoming del cazzo. La macchina funziona benissimo, l'otturatore risponde bene, l'esposizione è corretta e l'immagine è a fuoco (più o meno, ma il micromosso è un'altra storia) ma dentro non c'è nulla. Spesso fotografo persone, quando non scappano o si nascondono, ma in realtà non c'è nessuno. Solo vasi di fiori. Più o meno vuoti. Più o meno colorati. 
Ho ricevuto la mia prima lezione di fotografia mentre studiavo dei gabbiani su un battello diretto verso un remoto, quanto turistico, borgo di pescatori più o meno all'altezza dei Dardanelli. L'aria era calda, l'imbarcazione rumorosa e copriva a malapena il vociare fastidioso dei turisti che, come me, viaggiavano sull'acqua cupa del Bosforo meridionale. E intanto i gabbiani mi prendevano vistosamente per il culo. Mentre cerco il segnale nel mezzo del Wyoming, quello turco, una mano bionda mi si appoggia sul braccio e fa sciogliere la presa sulla macchina. Appoggia un dito sulle labbra in segno di silenzio e con lo stesso dito indica una tra le persone intorno a noi. I giganteschi pistoni smettono di alimentare il ciclo di combustione mentre l'albero rallenta i giri e le onde smettono di battere sulla chiglia. Il brusio diventa parole e le parole diventano una storia. E vedo quelle storie. Le inquadro e me le metto in tasca. Male ovviamente: teste tagliate, occhi chiusi, foto mosse, storte e gabbiani che continuano a prendermi per il culo passando sulle facce nel momento sbagliato. 


Da allora mi esercito cercando le storie prima di far scorrere la zip dello zaino. Alcune le perdo, altre le taglio, altre mi passano davanti come i gabbiani turchi. Questo è il primo risultato vero dopo mesi di tentativi. Non parlo di regole dei terzi, delle dominanti, delle linee di forza o di qualunque cosa vi possano insegnare ad un corso di composizione. La città è già vestita da natale e tre uomini si nascondono tra la folla cercando qualcosa per distrarsi. Lunga aspettare fino al 6.