Scelsi di fare questo mestiere più o meno nello stesso momento in cui chiesi ai miei genitori di iscrivermi al liceo classico.
Nonostante
avessi le idee molto chiare, preferii non svelare subito il mio
intento: perché fare il copywriter non era - e non è - fare un lavoro
serio, con un posto fisso e da persone per bene.
Mia madre, ancora oggi, non l'ha accettato del tutto.
Dopo
la scuola e l'università - "Perché senza un pezzo di carta non vai da
nessuna parte.", sempre la mamma - cominciai la via crucis dei colloqui,
con un portfolio fatto alla vecchia maniera: ritagliando annunci veri e
riscrivendone i titoli.
Ma scoprii presto
che il prezzo (alto) da pagare per entrare in qualunque straccio di
agenzia era seguire un master in Accademia di Comunicazione. Dopo master
strapagato e stage gratuiti, freelance saltuari e co.co.pro. a cifre
ridicole decisi di lasciare Milano per lidi più sereni, quelli in cui
sono ancora oggi.
Una città né piccola né grande. Media.
Un'agenzia né piccola né grande. Media.
Sono un copy nella media, ecco.
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