mercoledì 11 maggio 2011

Mistero Buffo

Vorrei dire che il teatro è facile da vivere o che si tratta di una dimensione antica rispetto alla tv, al cinema o anche solo a internet. Vorrei dire che si tratta di una forma di intrattenimento superata e superabile. L’improvvisazione o la reazione alla risposte della sala può essere agilmente ricostruita con sensori di movimento o termici o climatici o randomici che fanno interagire la scena con lo spettatore proiettandocelo dentro. Il punto di vista in continuo cambiamento può essere emulato nello stesso modo. Guardando una partita di pallone basta schiacciare il tasto 5bis ti trovi sulla punta della scarpetta del giocatore mentre nel momento supremo trafigge l’aria con un calcio di tale forza e potenza che colpendo lo sferoide quasi ne strappa le fitte cuciture di nylon mandando in pezzi la complessa geometria di tasselli pentagonali ed esagonali che racchiudono niente di più di aria compressa a un paio di atmosfere.

Lo spettacolo alterna, sapidamente, momenti di grossolana ilarità a facili interazioni con il pubblico a momenti di autentica e lucida satira spesso nascosta tra le pieghe del sorriso di un anfitrione navigato e sardonico. L'attore, seppur basso e consumato, conosce bene il proprio pubblico. Non perchè ci abbia mai diviso il pane ma perchè, come un buon marinaio, sa molto bene quali funi tirare e distendere per catturare tutto il vento che gli è necessario per proseguire la propria navigazione. A volte nasconde la propria abilità dietro un velo sottile, a volta lascia erompere, quasi gli sfuggisse di mano, l'entusiasmo e la panica irruenza di un fauno che saltella sul palcoscenico come sei il tempo la vita non pesassero dentro il suo ridicolo cappello.

Ad un certo punto l'inaspettato. Il piccolo marinaio si fa da parte e lascia che la tempesta ci travolga. Lei sale sul palco con aria tra il ridicolo e l'assorto. Dopo una breve introduzione in cui si spoglia - una ciocca alla volta - del ridicolo si piazza in mezzo al palco e con luci basse inizia a far male. La lingua è quella della sofferenza che non ha indirizzo razza colore o nazione. Sofferenza viscerale e intima. Il diaframma di chiude e l'aria non ne vuole più sapere di scendere e lo sterno sembra voglia lasciare andare le costole sotto di esso raccolte.  
 Le labbra, i denti e i tratti del viso si serrano in una smorfia che prova a contenere un dolore che non si capisce da dove arrivi. Il dolore è nelle parole negli occhi e nelle mani, il dolore di una madre che si attacca senza alcuno sconto al lavoro del mio dentista. Sento che involontariamente gli arti si ritirano verso il centro. Mi sento sotto assedio. A fatica i singhiozzi e le lacrime rimangono al loro posto. É una lama che non lascia scampo e rifugiarsi sotto la poltroncina e pensare alle Maldive e pensare al lavoro non mi porta via abbastanza in fretta.

Le luci si rialzano e i segni della lama sono sul viso di tutta la platea. Due. Uno per guancia. 
E il telecomando è senza batterie.

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