Le luci alogene - qualcuna nonostante la relativa giovinezza della sala è vistosamente bruciata - riportano al presente il tempo in platea. Le poltrone attorno a noi, almeno numerose tra quelle che riesco ad abbracciare con un solo sguardo, portano in grembo occhi rossi. Tale fenomeno temo non sia dovuta alle braci dei Montecristo, amorevolmente confezionati da mani che morbidamente curvano viscide fogli di tabacco mentre si lasciano accarezzare da racconti francesi, o alle cipolle tagliate senza averle preventivamente lasciate riposare nel frigo. Il rossore non deriva neppure dalle risate di un caustico, geniale e grandissimo bastardo che dalla pellicola trascorre la sua esistenza scandendo il tempo a sorsate di whisky.
Trovo - da fottuto romantico quale sono - meravigliosa la scena del matrimonio. Quando la vita sembra aver trovato il proprio corso, inaspettatamente, un vestito azzurro e un sorriso sincero e un tenue incarnato fanno cadere il castello di carte ancora fresche d'inchiostro. Un temporale improvviso preso in piena faccia che rovina giacche scure cucite su misura e boutonnière che ricadono flosce dagli occhielli. Il cavaliere corre per raggiungere la visione, che lo caccia con infamia, e, nell'ultimo tentativo di sedurla, inciampa nel crine delle proprie calzature. Rovinosamente si spalma su un - immaginabile - ruvido marciapiede in cemento mentre timidi archi ne musicano la rovinosa uscita di scena. Esteti della disfatta.
Mi chiedo solo perchè nel trasporre un romanzo così ben scritto si siano sbagliati tanti congiuntivi.
Si chiudono gli sportelli dell'auto, e l'abitacolo inizia a scaldarsi mentre le nuvole di vapore e appetito (a casa mi aspettano gli ossibuchi con i piselli) spariscono.
In lontananza le ultime sopravvissute e stanche lucette di natale colorano ad intermittenza irregolare un terrazzino al primo piano. Probabilmente un italiano. 'Notte.
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